teatro e letteratura Italiana a Londra dal 1998

 

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Salita Gatto di Pino Ferrara

Sfogliando le pagine di questo romanzo, è come se aprissimo una porta e facessimo un salto nel passato. Siamo nel periodo a cavallo della Seconda guerra mondiale e la vita in un piccolo paese della Sicilia scorre lenta e monotona come da sempre, poco toccata dagli eventi bellici. Il paese di pescatori si chiama Villaggio Pace, proprio lungo la costa nord della città di Messina, e qui il tempo scorre lento e monotono e quel poco che accade è fortemente regolato da usi, costumi e tradizioni che condizionano il vivere e il convivere dei suoi abitanti. Il protagonista, Giovanni, descrive quella vita attraverso le vicende della sua famiglia. I cambiamenti tuttavia arrivano, sia pure lentamente, sconvolgendo l’esistenza e le abitudini dei suoi abitanti. Giovanni ci descrive con minuzia di particolari quale era la vita prima della guerra, come è cambiata dopo e gli effetti che ha avuto sulla gioventù di allora, quella gioventù che negli anni Cinquanta si è incamminata verso il Nord, portandosi dietro solo una valigia piena di speranze e di paure. E per la generazione dei figli, e ancor più per quella dei nipoti, è difficile, se non impossibile, immaginare come si viveva allora, ma solo conoscendo il passato si può capire il presente.

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Pino Ferrara è nato nel 1936 a Messina. Prima come bancario e poi come uomo di teatro e di lettere, ha passato gli ultimi quarant’anni della sua vita all’estero, vivendo tra gli Stati Uniti, Hong Kong e Londra. Come dirigente bancario ha lavorato all’estero per diverse banche italiane e straniere, collaborando nel contempo con riviste finanziarie asiatiche. Nel ruolo di regista teatrale, a Londra ha messo in scena molte commedie di commediografi contemporanei italiani e ha insegnato recitazione in alcuni College inglesi dove si studia la lingua italiana. Alcune sue poesie sono state presentate in una manifestazione letteraria per la promozione della lingua italiana organizzata a Londra con il patrocinio del Ministero dei beni culturali e altre sono state premiate in vari concorsi letterari in Italia e incluse in alcune antologie. Il suo romanzo Il foglio di Aziza ha vinto il “Premio della Giuria” del Premio letterario Città di Pontremoli 2014. Rotariano fin dal 1974, è stato Presidente del Rotary Club della City di Londra e nel 2004 gli è stata riconosciuta la Paul Harris Fellowship per il suo contributo a sostegno di studenti bisognosi. I proventi del suo lavoro nel campo teatrale e letterario sono interamente devoluti a beneficenza. Attualmente vive e lavora tra Milano e Londra.

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Il Maestro Lorenzo Castello, autore delle locandine di Escape in Art

 

Il Maestro Lorenzo Castello, genovese di nascita, lavora dal 1983 fra Londra e Parigi.

Pittore ritrattista di chiara fama, é ricordato per i molti personaggi che hanno deciso di affidare la propria immagine alle sue tele, da Sua Altezza Reale la Principessa Anna d'inghilterra, a Lord Charles Forte, da Sir Eddie George, ex-Governatore della Banca d'Inghilterra, a Sir Denis Mahon, storico d'arte.

Tutte le sue figure ci trasmettono la sua interpretazione di un mondo di magico realismo.

Prestigiosi musei hanno accolto le sue opere: fra questi la National Portrait Gallery di Londra, la National Gallery di Dublino, il Museo Villa Tempra a La Valletta (Malta), il Museo Nazionale del Cairo.

A Genova ha realizzato la pala d'altare della chiesa di San Marco al Molo.

Per maggiori informazioni sulle opere del Maestro Castello potete visitare il suo sito:

 

Lorenzo Castello - Gallery

 

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Il Figlio di Aziza di Pino Ferrara

 

 

Vincitore del "Premio Speciale della Giuria"del Premio Letterario Città di Pontremoli 2014

 

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Per informazioni sulle attivitá del Gruppo Escape in Art, offrire collaborazione o proporre nuove idee, contattare Pino Ferrara

 

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Paolo Cappelloni

Paolo Cappelloni è nato a Pesaro e tuttora risiede in provincia. Si è laureato a Urbino in Lingue e Letterature Straniere, è insegnante di Lingua Inglese e referente dei progetti di teatro nell’istituto in cui lavora.

Nell'ambito artistico nasce come attore di teatro e successivamente si dedica anche alla stesura dei testi, scrivendo commedie teatrali, brevi racconti e poesie, sia in italiano che nel dialetto della sua città.

Inizia a recitare nel 1972 per lo più in commedie brillanti, in spettacoli di cabaret e teatro di animazione per bambini con la direzione di Gwineth Surdivall e Michael Segal.

Durante un lungo periodo di inattività artistica si convince che non può restare lontano dal teatro ma la sua pigrizia lo porta a scrivere per il palcoscenico piuttosto che tornare a calcarlo.

Quando, alla fine del secolo scorso, una Compagnia gli propone anche di interpretare i propri lavori il “karma” si compie e si ritrova di nuovo sul palcoscenico.

Da quel 1972 ha interpretato una cinquantina di personaggi e le sue commedie vengono tuttora rappresentate in ogni parte d’Italia.

Tra i suoi lavori possono essere degni di nota “Orilio, Orilio...”, portato in scena da diverse Compagnie e tradotto in cinque dialetti italiani, “La casa nuova”, anch’essa rappresentata in varie città d’Italia, vincitrice del 1° premio “Fare scena” nel 1998 e oggetto di una scheda di lettura presso l’Università di Nizza.

Nonostante la pigrizia, Paolo Cappelloni continuerà a scrivere finché il sipario sarà aperto e a recitare finché le luci saranno accese.

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Paolo Cappelloni

e-mail : paolocappelloni@yahoo.it

blog: http://ilmioteatrino.blogspot.com

 

 

LA VILLA VECCHIA 

di

Paolo Cappelloni 

 

L'arrivo 

 

Il treno si fermò al primo dei due binari della piccola stazione di campagna; ne scesero due giovani donne e un uomo sulla cinquantina, non molto alto, dall'aria distinta e cordiale il quale salutò una delle due passeggere con cui, probabilmente, aveva fatto conoscenza durante il viaggio e si diresse verso il chiosco che fungeva da bar della stazione.

 

Indossava un impeccabile completo grigio scuro con berretto sportivo ma si notava subito che il colore, il disegno e il tipo di tessuto del vestito lo invecchiavano notevolmente.

 

Ordinò un cappuccino guardandosi attorno come se stesse assistendo ad un qualche cosa di fantastico o di miracoloso; si gustò, centellinando, la schiuma del latte e bevve il resto con lunghe sorsate entusiastiche.

- Bella giornata, eh? - disse al barista che lo stava osservando come solitamente la gente di paese guarda un nuovo arrivato o qualcuno di passaggio.

- Sì, ma non dura - gli rispose il barista guardando scetticamente il cielo appena sporcato da qualche nuvola bianca.

- Eh! la primavera... - replicò l'uomo, poi pagò il cappuccino e attraversò la strada principale per entrare in paese.

 

Il paese 

 

Il paese, che un tempo era il borgo di un piccolo castello ducale ora adibito a museo, biblioteca e luogo di civici incontri, negli ultimi anni si era allargato notevolmente, era diventato un centro storico con una periferia di graziose villette circondate da piccoli giardini ricchi di fiori e di alberi da frutta.

 

L'uomo, con passo dapprima un po' incerto poi sempre più sicuro, si avvicinava alla piazza centrale formata dalla facciata del castello, da un palazzo signorile di epoca posteriore e da una serie di case di fine ottocento martoriate da negozi con pacchiane insegne pubblicitarie. Appena giunto in piazza i passi dell'uomo si fecero misurati, quasi stesse contando i ciottoli del vecchio piancito, soffermandosi anzi su alcuni di essi stimolando così la curiosità dei passanti.

L'orologio sulla torre del castello segnava le dieci di un mattino di primavera del 1980.

 

 

La vecchia Pina

e

la Villa Vecchia

 

L'uomo, con il sole dapprima in pieno viso, poi in ombra e di nuovo contro luce, girò su se stesso per poter ammirare tutta la piazza con la sua vita quotidiana, poi puntò direttamente verso un negozio di elettrodomestici, si fermò ad una decina di metri da esso ad osservarlo ed entrò nella barbieria affianco.

 

- Scusi, non c'è più il negozio di mercerie della Pina? - chiese additando il negozio di elettrodomestici al barbiere intento a fare un taglio alla moda.

- Eh no, l'hanno chiuso più o meno cinque anni fa - gli rispose questi guardandolo attraverso lo specchio.

- E sa che fine ha fatto la Pina? -

- Sì, abita in via Mazzini al 48, mi sembra. È in pensione. -

- Grazie e buon lavoro - si congedò in fretta appena ricevuta l'informazione.

 

Via Mazzini era la prima traversa a sinistra del corso principale, "via Sotto il Castello" era il suo vecchio nome ancora usato da alcuni vecchi del paese. Una via sempre all'ombra, la più riparata e nascosta e che all'uomo appena giunto stava aprendo una porta di ricordi infantili e giovanili.

 

- Il 48, mi sembra - sorrise tra sé varcando il grande portone che dava su un atrio scuro e umido da cui partiva uno scalone di marmo dai gradini consumati e scivolosi. Il palazzo, in effetti, era un'ala del castello abitata a suo tempo dalla servitù del duca e non certo frequentata dal bel mondo. L'umidità dell'androne lo avvolse ancora più nei ricordi e iniziò a salire la scala con attenzione, ben conscio della pericolosità dei gradini che più di trent'anni prima evitava fanciullescamente scivolando seduto sull'ampio corrimano di marmo. Giunto al primo piano percorse un lungo corridoio scuro, fino in fondo.

 

- "Ardi Pina" - lesse facendo luce con un accendino sul campanello di un uscio che non aveva nemmeno lontanamente l'aspetto di una porta d'ingresso. Suonò. Aspettò qualche secondo, suonò di nuovo e una voce che gli parve venire dall'altra parte del castello gli rispose.

 

- Chi è?

- Sono Emilio! - Silenzio.

- Emilio chi? - sentì la voce molto più vicina.

- Emilio della Maria! - Silenzio.

 

Sentì dei passi strascicati, poi scorrere il chiavistello della porta e gli apparve una vecchietta che pareva uno straccio strizzato. La vecchia lo guardò in silenzio, poi si mise una mano sulla bocca, lo prese per un braccio per farlo entrare e infine esclamò: - Oh Signore!... Oh Signore!... Vieni qui, vieni qui! - gli disse a bassa voce trascinandolo in cucina. - … Il figlio della Maria! - continuò offrendogli un bicchiere di vino e facendolo accomodare su una sedia vicina al tavolo - Tutto credevo fuorché rivederti ancora... ma quanti anni sono passati?

 

- Sono passati trent'anni, Pina, una vita.

- Eh, una vita, hai ragione, Emilio... ma ti ho riconosciuto subito, sai? Ti ho riconosciuto dal sorriso, allora mi sono detta: è Emilio, perché hai lo stesso sorriso di quando eri piccolo... Emilio... ma chi l'avrebbe detto...? -

- Sembrava impossibile anche a me eppure sono qui. Dopo tanti anni di viaggi ho deciso di ritirarmi e di mettermi in pensione, così ho comperato la Villa Vecchia e mi stabilirò lì. -

 

La Villa Vecchia era una specie di "dépendance" del castello, costruita verso la fine del seicento e che quasi nessuno in paese aveva mai visto all'interno; era rimasta sempre chiusa e abbandonata e per più di un secolo aveva avuto solamente la funzione di punto di riferimento nella topografia del paese, come luogo di gioco per i ragazzi o di incontro per gli innamorati, tanto che per chissà quali sinistri rumori notturni le era stata anche affibbiata la nomea di "casa stregata", abitata da fantasmi e cose del genere.

 

- La Villa Vecchia! Ma come ti è venuto in mente di andare a stare là? Se ti puoi permettere di accomodare una villa che cade a pezzi allora ti puoi benissimo comprare una villa nuova qui intorno, ce ne sono tante, hai visto?

 

- Sì, ma la Villa Vecchia è una parte importante del paese e io voglio tornare nel cuore di questo vecchio borgo, non nella sua periferia che è uguale a tante altre di tanti altri paesi. La Villa Vecchia invece... credo che sia ancora un punto fermo, quasi un monumento, e poi ho passato una vita con la curiosità di vederla dentro e adesso ne ho la possibilità. -

 

In verità, la possibilità di vederla all'interno l'aveva avuta più volte, in gioventù, quando con le ragazzine del paese non se la sentiva di limitarsi alla discrezione degli alti arbusti a ridosso dei suoi muri, perciò, scardinata la vecchia e cigolante porta posteriore, si addentrava con la fanciulla spaurita e rimaneva per un bel pezzo, ogni volta, a contemplare le lunghe ombre sulle pareti disegnate da vecchie assi di legno, e soprattutto i bellissimi soffitti a cassettoni decorati con colori che, a lume di candela, apparivano ancora vivi.

 

- Dopo cinque anni di richieste, insistenze e trattative con il Comune sono finalmente riuscito ad ottenerla sia pure per una cifra considerevole, ma è stato come comperare e poter toccare un ricordo. -

 

- Sono contenta per te - rispose la vecchietta ancor più rannicchiata in se stessa, forse a causa di un po' di soggezione sopravvenuta per il grande cambiamento che aveva notato in lui sentendolo parlare e guardandolo muoversi con gesti che glielo facevano apparire quasi uno straniero. -

 

- Ma adesso dove vai a dormire? Io ti ospiterei volentieri qui ma è così tanto tempo che vivo sola che non ho più niente per far alloggiare un'altra persona, e poi io sono vecchia... -

 

- Non ti preoccupare, Pina, ho già prenotato una stanza all'albergo dietro la piazza dove ho fatto pervenire tutte le mie cose, ma, per curiosità, dimmi: che fine ha fatto l'appartamento di sopra?

 

- Quello dei tuoi genitori? Quando la Maria, quando tua madre è morta, buonanima, e tu sei partito, il padrone l'ha affittato ai Garlini, te li ricordi? che stavano giù dietro la chiesa. Dopo una decina di anni loro si sono trasferiti a Fano e da allora ci sta l'Amalia, te la ricordi l'Amalia, la levatrice? -

 

- Certo che me la ricordo... Ascolta, Pina, hai bisogno di qualcosa? -

 

- No, no Emilio, di che cosa ho bisogno alla mia età? Mangio poco, ogni tanto faccio due passi ché ancora una passeggiata, per fortuna, non costa niente, e poi ho questa casa dove sono nata e che non mi porterà via nessuno.

 

- Va bene - riprese Emilio - adesso però sai che sono in paese e per qualunque cosa ti occorra fammi sapere. D'accordo?

 

- D'accordo - rispose la vecchia Pina - non ti preoccupare, mi hai già fatto un grande regalo venendomi a trovare.

 

Emilio fece il percorso inverso respirando a pieni polmoni quell'aria scura e antica che gli sembrava impossibile esistesse e alitasse ancora.

 

La Villa Vecchia, nonostante l'età e lo stato di abbandono in cui si trovava, aveva ancora un aspetto imponente e signorile. I vecchi arbusti e le erbacce di ogni genere erano già stati divelti tutto intorno al suo perimetro e così ripulita sembrava ancora più alta e importante.

 

Il giorno dopo l'arrivo di Emilio furono innalzate le impalcature per i lavori di restauro esterni mentre all'ombra, nelle sale, gli operai già stavano lavorando da una ventina di giorni.

 

Tornavano pian piano alla luce, in una seconda giovinezza, i robusti muri in cotto rossiccio, il bel portale di stile fiorentino sormontato dallo stemma ducale ancora abbastanza ben conservato, le grandi finestre racchiuse in edicole marmoree e i quattro angoli della Villa rinforzati a bugnato fino al piano nobile.

 

La Villa Vecchia stava rinascendo in tutto il suo splendore al centro di un prato a collinetta da cui si dominava tutta la bella campagna circostante, ricca di ulivi, alberi da frutto e verdi coltivazioni a grano.

 

Le sale erano molto ampie, con pavimenti in cotto e le alte pareti già dipinte di bianco dove erano state chiuse le tracce per la corrente elettrica e per le tubature del riscaldamento, dell'acqua e del gas. Era chiaro che Emilio, pagando profumatamente, aveva imposto una certa premura alle varie ditte interpellate.

 

Ciò che continuava ad affascinarlo, comunque, erano i bei soffitti che ricordava bene: alcuni a cassettoni, con il legno riportato a nuovo e i colori delle decorazioni, fortunatamente ben conservati, ripuliti e rinforzati con speciali prodotti, altri più semplici, a volta, ma impreziositi da stucchi colorati lungo tutto il perimetro della sala, tra soffitto e parete. Tre ampie camere possedevano bellissimi camini e tutte avevano ampi portali in pietra.

 

 

Peppe e gli amici

 

Seduto a tavolino fuori del bar principale del paese, Emilio si godeva ogni mattinata di quella primavera che, ringraziava Dio, continuava ad essere bellissima e calda e non capricciosa come solitamente capita.

 

Con il sole in viso e l'orologio del castello di fronte a sé fumava beatamente la sigaretta mattutina in una posa da vecchio gagà della galleria Umberto.

 

Era il 14 Aprile, proprio di mattina, quando ad Emilio, seduto al solito tavolino, si avvicinò un uomo di mezza età con il viso segnato e bruciato dal sole; indossava un vecchio paio di jeans e un giubbotto di lana sopra una camicia a scacchi. Prima di avvicinarsi l'aveva osservato bene dall'angolo opposto della piazza, poi si era diretto verso di lui con passo deciso e con l'espressione di chi voglia prendere bene il fiato  per parlare molto e di cose importanti. Si fermò davanti al tavolino, si tolse il berretto e chiese:

 

- Emilio, ti ricordi di me? -

 

Emilio lo osservò bene riparandosi gli occhi dalla luce del sole con il palmo della mano, poi esclamò:

 

- Perbacco! Peppe! Giuseppe della Lucia! Come, non mi ricordo! siediti! -

Peppe si sedette, rilassato come se avesse superato una prova.

 

- Mi hanno detto che eri tornato e che eri qui da diversi giorni, me l'ha detto la Marisa, te la ricordi? l'amica della Pina, allora mi sono detto che ti dovevo vedere, porca miseria! Dovevo rivedere Emilio dopo trent'anni! -

 

Ordinarono due caffè corretti e fu Emilio a fare tante domande a Peppe, come se in tutto quel tempo fossero successe più cose in paese che in tutto il resto del mondo girato da lui in lungo e in largo. E parlarono degli amici di gioventù, di quelli scomparsi, di quelli ancora in paese e di quelli trasferitisi in altre città, in Italia e all'estero. Parlarono anche di ragazze, le ragazze di allora: Marisa, Nanda, Iole, oggi sposate con Toni, con Rico, con Fredo, tutti nomi ormai quasi senza volto, per Emilio; fu lui stesso, perciò, a proporre a Peppe di riunire tutti gli amici rintracciabili e fare insieme una grande cena in allegria.

 

- Li voglio salutare tutti - gli disse - organizza ogni cosa tu e non badare a spese, io devo stare dietro ai lavori della Villa Vecchia in modo che le ditte lavorino bene e finiscano presto, ché non vedo l'ora di trasferirmici. -

 

- Ho saputo anche questo - esclamò Peppe - e chi se l'aspettava che la Villa Vecchia venisse abitata da qualcuno, con tutti i lavori che ci saranno da fare per renderla abitabile! -

 

- Certo che il lavoro è grosso, ma la Villa è molto meno fatiscente di quanto si creda.-

 

Peppe, che aveva intuito il senso della frase senza capire il significato di quel "fatiscente", lasciò Emilio assicurandolo che avrebbe organizzato una rimpatriata con i fiocchi.

 

- Vi vuole rivedere tutti - fu la proposta/chiave che Peppe ripeté ai venticinque compaesani invitati, alcuni dei quali erano più amici suoi che di Emilio, persone più giovani o più anziane che si ricordavano di lui solo vagamente ma tanta fu l'enfasi con cui furono richiesti, come al ricevimento di un principe, che accettarono tutti volentieri, anche perché Peppe ripeteva ad ognuno: "Mi ha detto di non badare a spese!"

 

La notizia del ritorno di Emilio si era diffusa fra tutti gli abitanti del paese al di sopra dei quarant'anni e a tutti veniva dipinto, grazie a Pina e a Peppe, come un signore ricchissimo e un po' eccentrico ma sempre un compaesano.

 

Tutti erano ormai a conoscenza della favolosa cena offerta ai vecchi amici e dell'ancor più favoloso restauro della Villa Vecchia che non destava più semplice curiosità ma una grande ammirazione.

 

Emilio si accorse di tutto questo quando le persone che incontrava durante la sua passeggiata quotidiana lo salutavano, chi con un sorriso, chi con un cenno della mano e chi, addirittura, lo fermava cercando di rammentargli con chi stesse parlando, quando si erano frequentati e citando amici comuni. Emilio era cordiale con tutti e si fermava volentieri a cercare di ricordare l'uno o l'altro e le parentele e le amicizie di ognuno; per lui era come mettere assieme le tessere di un puzzle e si rallegrava ogni volta che riusciva a venirne a capo. E salutava tutti.

 

Era il 3 di maggio quando Peppe gli si avvicinò al solito tavolo per riferirgli finalmente che ogni cosa era stata organizzata, sia pure con qualche difficoltà nello stabilire la data precisa per gli impegni di qualcuno, e gli indicò il luogo: il ristorante "Da Giorgio", il più conosciuto, apprezzato e caro cuoco della zona.

 

- Allora la cena è stata fissata per sabato prossimo, Emilio, e sarà una cosa da ricordarsi finché si campa. Ho fatto le cose in grande, come hai detto tu. -

 

- E hai fatto bene, Peppe, allora ci vediamo sabato sera, mi vieni a prendere tu? -

 

- Non ti preoccupare, e vedrai quante sorprese! -

 

La cena non fu, per Emilio, un tuffo nel passato come quando entrò nell'androne del palazzo di Pina, quello era rimasto tale e quale, perfino con lo stesso odore; gli uomini e le donne che si trovò di fronte quella sera, invece, avevano solo lontanamente a che vedere con i vecchi amici e le vecchie fiamme di un tempo. Gli sembrò che durante tutti gli anni passati lontano quelle persone avessero macinato lo stesso numero di chilometri e visto e vissuto i milioni di cose che aveva affrontato lui. Gli parve quasi una cena di lavoro fra estranei che si sforzavano di essere simpatici. Nonostante ciò fu garbatissimo, sempre sorridente, dalla battuta pronta e sagace, pronto al brindisi e alla pacca sulla spalla. Tutti si divertirono, alcuni si ubriacarono, Emilio stette al bel gioco e infine, dopo aver pagato, salutò tutti con poche ma garbate parole: - Sono sinceramente commosso per la calorosa accoglienza e per il ricordo che avete conservato di me in tutti questi anni. È bello ritrovare degli amici in un posto dove non si sperava di poter tornare. Vi voglio bene. - E con questo si congedò.

 

I postumi di quella cena per alcuni durarono diversi giorni, ma il ricordo durò per tutti molto di più.

 

 

Ancora la Villa Vecchia

 

Emilio era ormai tornato a far parte integrante di quella piccola comunità di paese. Andava a trovare la vecchia Pina, s'incontrava al bar con Peppe quasi quotidianamente e seguiva i lavori alla Villa Vecchia che ormai volgevano al termine. La Villa era diventata splendida e tutti coloro che possedevano un minimo di gusto la consideravano la più bella del paese, e ancora più attraente perché non si proponeva sfacciatamente a chiunque vi passasse vicino, infatti ora aveva intorno a sé tanti eleganti se pure ancora piccoli alberi che la nascondevano in parte ad occhi indiscreti, come una vecchia dama che si facesse schermo con un ventaglio.

 

Era la fine di giugno quando Emilio cominciò la scelta dei mobili: l'unica cosa a cui non aveva ancora pensato. I mobili e le suppellettili. Arredare con gusto una casa simile non era certamente facile nè economico; Emilio non poteva certo interpellare una ditta che avrebbe fatto diventare la Villa Vecchia come quei ristoranti che vogliono dare l'impressione dell'antico rustico ma risultano poi solamente patetici. Avrebbe potuto trovare un bravo architetto ma Emilio voleva impegnarsi personalmente nel dare alla Villa la sua anima. La stagione ideale per girare e cercare delle belle cose nei negozi e nelle fiere dell'antiquariato è l'estate e quella dell'80 fu piuttosto calda, ma Emilio viaggiò con piacere per scegliere qua un mobile, là uno specchio, un quadro o un tappeto.

 

Sembra un paradosso ma tra luglio e agosto la Villa Vecchia si stava scaldando, le sue stanze diventavano belle e accoglienti: nell'ingresso già troneggiavano due belle consolle di legno intagliato e nella sala principale aveva già trovato posto un cassettone settecentesco con tarsie in legno e osso. Emilio aveva anche trovato due grandi quadri dell'ottocento con paesaggi da "Sturm und Drang" dipinti con una mano felice e sensibile i quali sarebbero sicuramente andati ad arricchire le due pareti ai lati della grande portafinestra che dava sulla campagna sottostante.

 

A ferragosto, mentre tutti partecipavano al consueto esodo estivo, Emilio, compiuto il suo lavoro d'arredamento, si rinchiuse finalmente nella sua bella Villa fra le belle cose in stile fra Sette e Ottocento.

 

Nella calura estiva, la Villa con i suoi mattoni rossi sembrava un falò in mezzo alla campagna bruciata dal sole ma dentro di essa, tra le sue grosse mura, si godeva un bel fresco che chiunque, in quei giorni, avrebbe pagato per dividere con il suo proprietario.

 

Da quel giorno Emilio cambiò le sue abitudini, non lo si vide più in piazza, al mattino, seduto al tavolo del bar e non lo si incontrò più per le strade del paese; ma ai primi di settembre alcune delle persone presenti alla famosa cena di maggio ricevettero un invito scritto per una cena alla Villa e furono subito considerate degli "eletti" da tutto il paese, una élite che si poteva ritrovare in convivio da Emilio, come i signori di un tempo, alla Villa, che dopo più di un secolo non venne più chiamata "Vecchia" ma semplicemente "la Villa".

 

 

La cena e il commiato

 

Fu una cena che non ebbe niente a che vedere con la prima: fu più intima, più raffinata in ogni particolare ma nel contempo più amichevole, spontanea e gioiosa. Emilio mostrò tutte le stanze ai pochi amici facendoli sentire come a casa loro. C'era la vecchia Pina e c'era Peppe che rise tanto quando Emilio gli confidò le visite furtive alla Villa fatte in gioventù, in compagnia di qualche fanciulla di cui però, disse, non ricordava il nome.

 

Il menu non poteva essere più buono e delicato: furono serviti, da impeccabili camerieri, i migliori piatti tradizionali di molti paesi, dalla Francia all'Estremo Oriente. E infine, come per ripetere il bel finale della cena precedente, ci fu il breve discorso di chiusura pronunciato da Emilio, a capotavola, con un bicchiere di buon porto in mano: - Amici miei, questa è una delle serate più belle della mia vita perché sono stato veramente fra chi mi è più caro. Abbiamo gustato insieme tutte queste buone cose compresa questa meravigliosa atmosfera di cui, spero, rimarrà anche a voi un piacevole ricordo. Grazie a tutti, e con questo (Emilio alzò il bicchiere seguito dagli altri) vi saluto e vi auguro una buonanotte.-

 

Insomma fu una serata memorabile, quella, raccontata fin nei minimi dettagli da chi vi aveva partecipato e invidiata dalla "nobiltà" del paese che si sentiva ingiustamente esclusa.

 

Era ormai il 28 settembre e se l'estate era stata piuttosto calda, il freddo autunnale già cominciava a farsi sentire. La campagna aveva cambiato i suoi colori e anche la Villa aveva assunto un rosso più triste e cupo. Si stava preparando a un lungo inverno.

 

Tre giorni dopo, Emilio si affacciò ad una delle belle finestre del piano nobile poste a nordest, la parte della Villa opposta al paese, guardò il prato che declinava verso i sottostanti campi lavorati, si sporse e vi si gettò.

 

Emilio morì il 1° ottobre del 1980.

 

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