teatro e letteratura Italiana a Londra dal 1998

 

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Salita Gatto di Pino Ferrara

Sfogliando le pagine di questo romanzo, è come se aprissimo una porta e facessimo un salto nel passato. Siamo nel periodo a cavallo della Seconda guerra mondiale e la vita in un piccolo paese della Sicilia scorre lenta e monotona come da sempre, poco toccata dagli eventi bellici. Il paese di pescatori si chiama Villaggio Pace, proprio lungo la costa nord della città di Messina, e qui il tempo scorre lento e monotono e quel poco che accade è fortemente regolato da usi, costumi e tradizioni che condizionano il vivere e il convivere dei suoi abitanti. Il protagonista, Giovanni, descrive quella vita attraverso le vicende della sua famiglia. I cambiamenti tuttavia arrivano, sia pure lentamente, sconvolgendo l’esistenza e le abitudini dei suoi abitanti. Giovanni ci descrive con minuzia di particolari quale era la vita prima della guerra, come è cambiata dopo e gli effetti che ha avuto sulla gioventù di allora, quella gioventù che negli anni Cinquanta si è incamminata verso il Nord, portandosi dietro solo una valigia piena di speranze e di paure. E per la generazione dei figli, e ancor più per quella dei nipoti, è difficile, se non impossibile, immaginare come si viveva allora, ma solo conoscendo il passato si può capire il presente.

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Pino Ferrara è nato nel 1936 a Messina. Prima come bancario e poi come uomo di teatro e di lettere, ha passato gli ultimi quarant’anni della sua vita all’estero, vivendo tra gli Stati Uniti, Hong Kong e Londra. Come dirigente bancario ha lavorato all’estero per diverse banche italiane e straniere, collaborando nel contempo con riviste finanziarie asiatiche. Nel ruolo di regista teatrale, a Londra ha messo in scena molte commedie di commediografi contemporanei italiani e ha insegnato recitazione in alcuni College inglesi dove si studia la lingua italiana. Alcune sue poesie sono state presentate in una manifestazione letteraria per la promozione della lingua italiana organizzata a Londra con il patrocinio del Ministero dei beni culturali e altre sono state premiate in vari concorsi letterari in Italia e incluse in alcune antologie. Il suo romanzo Il foglio di Aziza ha vinto il “Premio della Giuria” del Premio letterario Città di Pontremoli 2014. Rotariano fin dal 1974, è stato Presidente del Rotary Club della City di Londra e nel 2004 gli è stata riconosciuta la Paul Harris Fellowship per il suo contributo a sostegno di studenti bisognosi. I proventi del suo lavoro nel campo teatrale e letterario sono interamente devoluti a beneficenza. Attualmente vive e lavora tra Milano e Londra.

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Il Maestro Lorenzo Castello, autore delle locandine di Escape in Art

 

Il Maestro Lorenzo Castello, genovese di nascita, lavora dal 1983 fra Londra e Parigi.

Pittore ritrattista di chiara fama, é ricordato per i molti personaggi che hanno deciso di affidare la propria immagine alle sue tele, da Sua Altezza Reale la Principessa Anna d'inghilterra, a Lord Charles Forte, da Sir Eddie George, ex-Governatore della Banca d'Inghilterra, a Sir Denis Mahon, storico d'arte.

Tutte le sue figure ci trasmettono la sua interpretazione di un mondo di magico realismo.

Prestigiosi musei hanno accolto le sue opere: fra questi la National Portrait Gallery di Londra, la National Gallery di Dublino, il Museo Villa Tempra a La Valletta (Malta), il Museo Nazionale del Cairo.

A Genova ha realizzato la pala d'altare della chiesa di San Marco al Molo.

Per maggiori informazioni sulle opere del Maestro Castello potete visitare il suo sito:

 

Lorenzo Castello - Gallery

 

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Il Figlio di Aziza di Pino Ferrara

 

 

Vincitore del "Premio Speciale della Giuria"del Premio Letterario Città di Pontremoli 2014

 

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Per informazioni sulle attivitá del Gruppo Escape in Art, offrire collaborazione o proporre nuove idee, contattare Pino Ferrara

 

sito disegnato e mantenuto da Vincenzo

 

Luigi Lunari

 

Luigi Lunari è nato a Milano.

Dopo il liceo si è iscritto all'universitá frequentando la facoltá di legge. Presto peró si accorse che i codici non erano i libri che preferiva, attratto come era piú dalle arti e soprattutto dal teatro, che dai tribunali.

Finita l'universitá cominció ad interessarsi fattivamente di teatro. Non ci volle molto tempo per lui per arrivare al Piccolo Teatro, di cui divenne drammaturgo, ed a Giorgio Strehler, che Lunari ancora oggi chiama 'Il Maestro'. Sulla vita e sull'attivitá di Strehler, Lunari ha anche scritto dei libri.

Lunari é autore di saggi e di libri sulla storia del teatro, in italiano, in francese ed in inglese, lingue che conosce alla perfezione.

Ha tradotto in italiano le opere teatrali di Moliere, oltre a varie commedie di autori inglesi ed americani, da Shakespeare a Neil Simon.

Per il teatro e la televisione italiana ha scritto delle commedie, la cui principale caratteristica é la satira, sia essa dei tempi che dei costumi.

Fra le sue maggiori opere teatrali figurano 'Tre sull'Altalena' (1990) e 'Il Senatore Fox' (1980), rappresentate in molti Paesi Europei e negli Stati Uniti. Sue opere sono state tradotte anche in giapponese e rappresentate, con grande successo, in quel Paese.

Di recente ha pubblicato una 'Breve Storia del Teatro' ed una antologia di monologhi intitolata 'To be or not to be', che hanno avuto un buon successo editoriale.

In tutta questa sua attivitá teatrale, Lunari non ha mai tralasciato il suo hobby che é quello di suonare il pianoforte e la tromba.

Oltre a suonare, Lunari gioca a bridge, ma si annoia perché non si puó bluffare, non gioca a golf, non gioca piú a tennis, viaggia molto e dorme poco, cerca di mantenere una dieta, ma non ci riesce.

Lui si definisce una persona difficile, che deve sempre lasciare qualcosa o per necessitá o per scelta.

A noi del Gruppo 'Escape in Art' non ci ha mai lasciati. Anzi ci é sempre stato molto vicino e ci ha aiutati a... strapazzare le sue commedie. 'Escape in Art' infatti ha gié presentato quí a Londra la commedia 'Tre sull'Altalena'.

Luigi Lunari vive e lavora a Milano.

Il website di Luigi Lunari: http://www.luigilunari.com

 

Conferenza di Luigi Lunari, presso l'Istituto Italiano di Cultura a Londra

Il 28 giugno 2005, in vista della presentazione del suo dramma "Sotto un Ponte, Lungo un Fiume" a Londra, il Dr Luigi Lunari ha tenuto una conferenza presso l'Istituto Italiano di Cultura.

La conferenza, organizzata dal Gruppo Escape in Art in collaborazione con l'Associazione Culturale Il Circolo e con il supporto dela Camera di Commercio Italiana a Londra, ha visto la partecipazione di un folto e qualificato pubblico.

IL DRAMMA

testo di Luigi Lunari

Un’opera teatrale non dovrebbe avere bisogno di spiegazioni, o richiedere una particolare informazione. Lo spettacolo teatrale non è un libro dove vi siano note a piè pagina che illuminino di questo o di quello: durante una rappresentazione non ci si può fermare, tornare indietro, rileggere, pensarci un momento… Quello che non è colto, è perso per sempre, e il tutto si consuma – come si suol dire – “qui” e “adesso”.  Lo spettatore vede un sipario che si apre, ed assiste a una storia che gli deve essere del tutto comprensibile, perché deve contenere in sé tutto quanto è necessario alla comprensione.  Di fronte a “Riccardo II” di Shakespeare” non è necessario che lo spettatore sappia qualcosa dell’Inghilterra medievale e della questione dinastica che darà origine alla guerra delle Due Rose: c’è un re di nome Riccardo che regna, e c’è un rivale di nome Enrico che vuole strappargli la corona.  Punto e a capo.

Così,  per “Sotto un ponte, lungo un fiume…”, sarebbe per l’autore una dichiarazione di fallimento il dover fornire allo spettatore notizie e dati necessari a capire la storia narrata. Anche qui si apre un sipario, e ci troviamo “sotto un ponte, lungo un fiume”: cosa assolutamente visibile ed evidente, anche al di là del titolo. I personaggi indossano abiti che ne dichiarano subito l’epoca in cui la vicenda si svolge, dicono cose che svelano in tutta semplicità chi sono e perché sono lì, danno vita a discussioni e conflitti che precisano  la natura e il senso dei loro rapporti, vivono la loro storia fino ad una conclusione che nasce dalla coerenza  (così almeno spera l’autore) di quanto visto e sentito fino a quel momento. E anche qui – verrebbe fatto di dire – “punto e a capo”.

Qualcosa può essere detto peraltro della genesi di questo testo, per chi avesse la curiosità di sapere come un dramma si germina e cresce nella fantasia e nel mestiere dell’autore. Anche Pirandello – per fare un esempio illustre – racconta nella prefazione ai “Sei persomaggi in cerca d’autore” come e qualmente quelle sei figure gli bussassero insistentemente alla porta della mente per essere portati sulla scena e animati di vita vera.  Ma – appunto – si tratta di una notizia non necessaria: una curiosità in più che non lede minimamente la perfetta autosufficienza dei “Sei personaggi” quali lo spettatore li incontra a teatro.  Nel caso di “Sotto un ponte, lungo un fiume…” potrei pertanto dire anch’io che il tutto nasce, come altre volte mi è accaduto, da un ritaglio di giornale: una notizia di cronaca, non clamorosa più che tanto, che raccontava di un uomo, sui trenta o quarant’anni, che ad un certo punto della sua vita… Ma qui entro nel vivo della storia portata sulla scena, e l’andare oltre annullerebbe il piacere dello spettatore di scoprire da sé quello che avviene e il perché avviene.  Posso solo aggiungere che attorno a quella scarna notizia di cronaca, soggiornata e covata a lungo nella mia mente (altro procedimento che mi è abbastanza consueto), si andarono coagulando temi ed elementi di varia natura, che in qualche modo mi premevano dentro: e che – essendo io uomo del mio tempo – spero  colpiscano e coinvolgano per la loro attualità lo spettatore d’oggi.   Il quale peraltro, di fronte ai problemi sollevati, non deve attendersi delle soluzioni: poiché questo non è compito del teatro, ma semmai del politico o del sociologo o dell’uomo di scienza. All’autore sarà sufficiente – ma questa è l’ultima cosa che dico del testo – aver aperto una discussione, mettendo in tavola carte non sempre comode e gradevoli: e che del testo si possa dire che apre molti più problemi di quanti non ne risolva, e suscita molte più curiosità di quante non ne soddisfi. 

 

Luigi Lunari

 

Recensione apparsa su Il Corriere della Sera del 6 novembre 2011

 

Luigi Lunari su Fare Impresa Maggio 2012, rivista della Confartigianato di Vicenza (Fare Impresa Maggio 2012)

LA DEMOCRAZIA, UNA SIGNORA DA BUTTARE
edito da Book Time, La Vita Felice, Milano


Il libro discute in modo vivace l'antinomia tra Democrazia e Meritocrazia, anche alla luce dei recenti eventi che hanno visto succedere al "democratico" governo Berlusconi il "meritocratico" governo Monti-Qui di seguito, il risvolto di copertina:

... alla democrazia tutti si aggrappano, forti del comodo slogan che essa sarà anche piena di difetti ma che è il meglio ottenibile in questa valle di lacrime. Di qui, l’abbandono di quello spirito che in tutte le scienze porta alla ricerca, al provare e al riprovare, sempre guardando al di là della siepe e immaginando cosa ci sia dietro l’angolo. La ragione di tanta prudenza è – probabilmente – nel fatto che tutti avvertono la pericolosità del mettere mano al castello della democrazia: ben sapendo (o inconsciamente fiutando) che il solo spostamento di un mattone provocherebbe una reazione a catena di mattoni da spostare, da sostituire, da rimuovere fino alla rasa al suolo del castello intero.
Basterebbe del resto la domanda con cui questo libro si apre: al mondo i poveri sono più dei ricchi, gli sfruttati sono più degli sfruttatori. Come mai non sono al governo? Come mai non comandano loro? La risposta a quel “come mai?” ne genererebbe un altro, poi un altro, e così via. A tre successivi “perché?” di un bambino (come quello implicito nel vestito nuovo dell’imperatore) non resisterebbero i fondamenti della Summa Theologica di san Tommaso d’Aquino: figuriamoci il castello di carte della democrazia!

Il libro può acquistarsi in vari modi

1) ordinandolo alla libreria sotto casa, che però dovrà farselo arrivare, essendo l'editore un piccolo editore senza grande forza nella distribuzione

2) andando nel sito http://libri.lavitafelice.it/editore-booktime-108.html; poi in alto a destra, nel riquadro "cerca...e clicca invio"  scrivere Lunari, trovare il libro LA DEMOCRAZIA, UNA SIGNORA DA BUTTARE,  poi "metti nel carrello" e seguire le istruzioni.

3) telefonando all'editore (tel 0039.02.20520585) oppure via e-mail (info@lavitafelice.it)

 

Lettera aperta a questo e a quello

 

di Luigi Lunari

 

"Contro la stupidità anche gli Dèi combattono invano.”

 

“Non c’è peggior sordo di chi non  vuol sentire”. 

Dall’azione combinata di questi due princìpi nasce – a mio avviso – il fatto che nessuno (politici, economisti, giornalisti, opinion makers…) abbia finora preso nella minima  considerazione la (mia) tesi che gli sbandierati miti della “crescita”, della “ripresa” siano pure illusioni, e che la recessione (o comunque uno “stop” nella spirale “produzione-consumi”) sia inevitabile, e di fatto già operante. 

Basta guardarsi intorno: sempre meno soldi di cui disporre, conseguente contrazione dei consumi, recente e dilagante ricorso al riciclaggio delle merci, al commercio dell’usato (sia pure con accattivanti lemmi anglosassoni, come “reset”), ai trucchi tipo “groupon”, alle liquidazioni a ciclo continuo, ai “prendi tre paghi due”…    Tutte situazioni che portano  a disincentivare la produzione, a non cedere alle lusinghe dei maniaci che si svegliano alla mattina e non  hanno altro scopo che quello di pensare a quale marchingegno aggiungere a una lavatrice, a un computer, a una lavastoviglie, a un cruscotto, per poter vantarne il carattere innovativo e convincere singoli e famiglie a gettare cose che in realtà vanno ancora benissimo. 

Personalmente, avverto l’universo che non ho la minima intenzione di comperare alcunchè: in casa ho più libri, più dischi, più maglioni e cravatte che vita. (E’ vero che – settantottenne qual sono – non sono un  consumatore di lunga durata, ma credo che molti anche giovani possano trovarsi nelle mie condizioni di consumatore ampiamente soddisfatto dall’esistente.) Per me, molte fabbriche possono chiudere, o limitare la produzione al necesssario (o meglio: a quel che oggi giudichiamo necessario, e che già si sostanzia in un livello di vita e di agi impensabile pochi decenni or sono).  Ne risulteranno meno spese (energia e materie prime) per l’azienda Italia, quindi più soldi a disposizione nel nostro ambito; meno lavoro, quindi più tempo libero per l’uomo. Soldi e tempo da destinarsi a migliorare l’ambiente in cui viviamo, alle questioni sociali dell’educazione e della salute, a riparare gli argini (da cui – per giunta – minori spese per catastrofi naturali).  Il problema insomma è semmai quello di una migliore distribuzione della ricchezza e dei compiti, non  quello di indulgere alla nefasta spirale di un “sempre avanti” che conduce – come sta conducendo – al suicidio.  Il problema è quello di sapersi accontentare del molto che abbiamo, ricordando che spesso “il meglio è nemico del bene”.   

L’opportunità dal sapersi fermare: Guareschi, terminata la guerra e cessata la prigionia, diceva che finalmente non aveva più fame; ma – proseguiva – “non ho neanche più appetito”.  Il problema è quello di saziare la fame (che è una brutta cosa), senza finire nella mancanza dell’appetito (che invece è una bella e stimolante sensazione).

Altro esempio: se trenta o quarant’anni fa avessero detto al mondo del calcio, che dopo qualche  decennio avrebbe avuto a sua disposizione l’enorme quantità di miliardi di cui oggi dispone, quel mondo avrebbe detto “Ma allora sarà un paradiso! Saremo tutti ricchi e felici!”  E invece il mondo del calcio è in crisi, le società falliscono o imbrogliano, i calciatori mirano a un sempre maggior guadagno, lecito o illecito…  In quale momento, di fronte al bivio tra il godere di un già ricchissimo presente, e l’inerpicarsi verso un’eterna insoddisfazione, il mondo del calcio ha sbagliato strada?

Questo vale, ovviamente, per la società e il mondo nel loro insieme. In quale momento, di fronte allo stesso bivio, abbiamo scelto di perseguire la torre di Babele? 

Nessuno si illuda, in merito al progresso: il treno superlusso di Montezemolo e Della Valle rende più comoda la vita ai ricchi, ma non  incide sui disagi dei pendolari; allarga anzi la forbice tra poveri e ricchi, fino al punto in cui qualcosa dovrà pur succedere, nel rispetto del secondo principio della termodinamica e delle leggi dell’entropia, o semplicemente di quel che ha scritto – nel secolo, nel millennio scorso – il premio Nobel americano Pearl Buck: “quando i poveri sono troppo poveri e i ricchi troppo ricchi…  

Anche a livello di massimi sistemi, la realtà impone le sue leggi: come “di fatto” la recessione di impone nella nostra vita quotidiana, così non mancano gli esempi di “recessione” dopo un passo compiuto più lungo della gamba.  Il Concorde è stato messo da parte: troppo ambizioso come idea, si è riconosciuto che non  valeva la pena.  Così è stato per il Duomo di Siena, così sarà per il canale sotto la Manica, così per la caccia a neutrini più veloci della luce.  

A tutto questo, constatata l’impossibilità di imporre agli italiani sempre più acquisti con sempre meno soldi, l’establishment MMM (Monti, Marchionne, Montezemolo, o chi per loro) sventola la bandiera dell’allargamento dei mercati.  Occorre essere competitivi, produrre a costi minori e a qualità migliore degli altri.  Gli operai devono lavorare di più, guadagnare un po’ meno, onde contrastare la concorrenza dei cinesi, che lavorano dodici ore al giorno, soddisfatti con un pugno di riso e in condizioni di estremo disagio (Cfr l’allegato).  Il traguardo? Vendere più automobili dei cinesi nei “mercati” del Bangladesh o del Burkina Faso? Per questo scopo – ammesso che sia raggiungibile - gli operai della FIAT dovrebbero “vivere per lavorare”, in  un ciclo nefasto in  cui a guadagnare sarebbero solo Marchionne e i suoi complici ideologici?

O presto o tardi, quando l’umanità capirà che collaborare è più fruttifero che competere, si arriverà pure anche per l’economia a quel patto sociale di non aggressione che – nell’antico mito – ha strappato l’uomo alla selva. 

Questo comporterà un ripiegamento in una sorta di “autarchia” che per quanto di sapore fascista nel nostro tempo, per 2500 anni prima di Mussolini ha significato (Cfr il vecchio Devoto-Oli)  “autosufficienza spirituale del sapiente”.  Questo significherà soprattutto scambi  commerci internazionali privi di ogni carattere di aggressione e di sopraffazione. Non si tratterà di “conquistare mercati”, assalendo gli altri in casa loro, ma di scambiare beni e servizi sulla base di una ragionevole e misurata utilità.  E’ assurdo portare vasi a Samo così come l’invadere il Trentino di mele del Cile, o il mandare il marmo di Carrara in Cina a sfruttare la meno costosa mano d’opera locale.  

Un aspetto positivo del tutto – anche se non so come e quando– è che il sistema in cui viviamo finirà con l’implodere o l’esplodere sotto le sue stesse contraddizioni.  Non  si può da un  lato forzare il singolo a lavorare di più e al tempo stesso tentarlo con l’edonismo evasivo dell’otium televisivo; non si può mettere i giovani in cerca di lavoro contro gli anziani che devono ritardare il pensionamento; non ci si può nascondere dietro l’illusione che più tassisti creino più lavoro e non si dividano invece una torta che è quella che è; non si può fingere di non capire che le liberalizzazioni – giuste o sbagliate che siano – si muovano nella direzione del “lavorare meno, lavorare tutti”.  Occorre che anche le tre emme imparino a distinguere tra produzione di lavoro e produzione di ricchezza, tra progresso e sviluppo, tra innovazione e spreco…

 Eccetera eccetera. 

Questa lettera è stata scritta currenti calamo, disordinatamente, a sollievo del fegato, con tutta la (fredda) rabbia nel vedere le mie tesi “troppo ignorate perché ciò sia credi bile”.   Per contrasto, nasce l’ottimistica conclusione che una tale drastica “ignorazione” (chiedo scusa per il neologismo, ma “ignoranza” non è esatto: indica uno “stato” non una “volontà”), denoti il fatto che ho assolutamente ragione.  Non fosse così, qualcuno me lo direbbe; ma essendo così, per l’establishment è meglio il silenzio e il far finta di nulla.  

Cordiali saluti al paziente lettore

                                            

Luigi Lunari

  

Per ogni approfondimento, si veda – di Luigi Lunari – l’ELOGIO DELLA RECESSIONE (firmato Anonimo Lombardo), e LA DEMOCRAZIA, UNA SIGNORA DA BUTTARE.  Tutti e due editi da Book Time, Milano.

Per risposte, riflessioni, polemiche, discussioni e eventuali insulti utilizzare l’e-mail luigi.lunari@libero.it

 

 

A N O N I M O    L O M B A R D O

ELOGIO DELLA RECESSIONE

(Manuale di sopravvivenza al tempo della crisi) 

SOMMARIO

                                       

                                      Del punto a cui siamo arrivati

                                      Miti e carte false dei padroni del vapore

                                                Il consumismo

                                                La pubblicità

                                                Lavoro e ricchezza

                                                Gli incentivi

                                                L’innovazione

                                                La “libertà”

                                                La concorrenza

                                                La competitività

                                                L’aggressività e la “natura umana”

                                       Il perfetto consumista

                                    La recessione

                                       Il buon padre di famiglia

                                       Lo Stato “buon padre di famiglia”

                                                

Postfazione, quasi una prefazione:

                                      La democrazia, ovvero La Madre di tutte le bufale

                                      Democrazia v. Meritocrazia


Risvolto di copertina

 

La  crisi è inevitabile.  Abbiamo prodotto troppo, e le vetrine sono stracolme di merci invendute e invendibili. Il loro prezzo è magari alquanto basso, poiché per economizzare siamo andati a produrle nei paesi “a basso costo di mano d’opera”.  Ma così facendo abbiamo creato disoccupazione in casa nostra, e il potere d’acquisto del consumatore italiano si è ridotto. Il potere politico sta facendo i tripli salti mortali (incentivi, credito facile, inviti all’innovazione) per tentare di rianimare la produzione e i consumi, ma la verità rimane quella: abbiamo prodotto troppo, bisogna fermarsi, svuotare le vetrine, tornare a una produzione che risponda ai bisogni della gente, e non che la seduca con capricciosi ed inutili gadget secondo la logica del consumismo sprecone e spendereccio. Il fermarsi, il fare un “passo indietro” nella produzione e nei consumi, è quello che oggi viene chiamato “recessione”. Per il sistema in cui viviamo la recessione è un mostro che incombe minacciosamente e che va combattuto con tutti i mezzi; in questo libretto non solo se ne dimostra l’inevitabilità (come logica conseguenza dell’inevitabile crisi), ma la si interpreta anche come la provvidenziale occasione per il recupero di una dimensione umana della vita, liberata dallo stress della produzione , del consumo, della concorrenza, della guerra economica di tutti contro tutti. Smontati gli artifizi con i quali il sistema in cui viviamo difende e incoraggia gli sprechi del consumismo, queste pagine anticipano il ritratto di un mondo saggiamente ripiegato su se stesso, che rifiuta ogni forma di concorrenza schiavizzante, che anteponga la vita al lavoro, che divida le cose da fare secondo il principio del “lavorare meno, lavorare tutti”, ciascuno recuperando se stesso nella conquista del tempo libero che si renderà disponibile.  Una realtà a misura d’uomo, guidata dall’ideale presenza di un “buon padre di famiglia”, che regoli con giudizio e misura coloro che da lui dipendono.     

 

DEL PUNTO A CUI SIAMO ARRIVATI

I lemming sono dei roditori, erbivori, simili a topi, detti anche topi muschiati. Vivono nelle regioni nordiche, sono poco socievoli, si incontrano solo per riprodursi. Di tanto in tanto, durante le migrazioni al cambio delle stagioni, si esibiscono in quella che è la loro massima manifestazione collettiva: il suicidio di massa. Guidati da un “capo” dal misterioso carisma, i lemming corrono verso una scogliera alta sul mare, e di lì precipitano per trovarvi la morte. Per qualche tempo la cosa fu spiegata con un loro eccessivo proliferare, che a un certo punto rendeva opportuno uno sfoltimento; poi si scoprì che questo suicidio collettivo era una pura e semplice leggenda, inventata da chissà chi e a chissà qual fine. Del resto, la cosa è del tutto logica: i lemming sono degli animali, e tra gli animali può sì manifestarsi il “lasciarsi morire” individuale, quando la qualità della vita scende a livelli non sufficientemente degni (come per gli elefanti in Africa e per le tartarughe in Malesia), ma non l’assurda scelta di un suicidio collettivo. C’è un solo animale che da sempre organizza forme di suicidio di massa, e questo animale è l’uomo, altrimenti detto il Signore del Creato. Di tanto in tanto, plagiate da un loro simile o da una “idea” altrettanto carismatici che il lemming della leggenda, le masse umane si scatenano in guerre  e genocidi che per quanto originati dalla certezza di una vittoria, di fatto sono sempre una catastrofe che coinvolge tanto i vincitori quanto gli sconfitti. In pratica un maldestro tentativo di suicidio.

Qualcosa di simile sta vivendo il nostro momento storico, sia pure limitatamente alla situazione economica del mondo occidentale o occidentalizzato o in via di occidentalizzarsi. Siamo giunti al bordo estremo della scogliera alta sul mare, dalla quale i lemming della leggenda si precipitano: il gruppo carismatico che ci ha guidati fino a questo momento e fino a quel punto agita le sue bandiere e diffonde i suoi slogan: “produttività”, “competitività”, “concorrenza”, “allargamento dei mercati”, “creazione di posti di lavoro” , “aumento dei consumi”, “diffusione del credito”…  Sono le parole d’ordine di un sistema di cieca imbecillità, creato e mantenuto in vita da una sparuta élite di governanti, a loro volta sostenuti da un vasto coro di teste d’uovo che ne forniscono la base teorica, con la stessa sicumera e intransigenza con cui i promotori degli antichi suicidi garantivano i crociati e i nazisti che il tutto era voluto da Dio. Questo sistema è inoltre assai ben corazzato grazie ad un’altra invenzione altrettanto assurda e sciocca, e cioè a dire la democrazia: con questo trucco la volontà dei popoli ha preso  a poco a poco  il posto della  volontà di Dio, vigente ab antiquo come fondamento del potere; e i governanti che ci hanno condotto fino al bordo della scogliera hanno buon gioco nell’affermare che le loro scelte decisionali nascono da democratiche consultazioni popolari. Quand’anche se ne dimostrasse la fallacia, essi rimangono coperti e assolti da questa investitura. Essi non hanno fatto altro che realizzare la volontà popolare; e poco importa che quella volontà popolare sia a sua volta il risultato di una manipolazione truffaldina e irresponsabile che essi stessi hanno creato e mantenuto in vita, contro ogni ragionevole obbiezione e contro l’evidenza dei fatti.  Per loro, la ragione – al di là di ogni logica elementare e dei mille esempi in  contrario forniti dalla storia – sarà sempre dalla parte dei più; l’avallo della maggioranza li autorizza a chiudere gli occhi davanti alla realtà, ad assolversi dal dovere di un’autocritica e di una correzione di rotta, in una parola a lavarsene le mani. Poiché dove tutti sono responsabili, più nessuno lo è. E’ in fondo il comportamento di Pilato elevato a sistema.

Questo libretto intende porre mano a questo castello, voluto dai disonesti, difeso dagli imbecilli e pigramente accettato da ogni sorta di maggioranza “democratica”, e smontarlo in tutte le sue componenti dimostrandone l’inconsistenza. Una vera e propria rivoluzione copernicana, a rivelazione di una verità altrettanto semplice e piana di quella nuova cosmogonia che si impose sul sistema tolemaico. Una verità di tanta convincente semplicità da spingere a chiedersi come mai sia stata possibile la mistificazione che ci ha portati sull’orlo della scogliera. Alla concorrenza e alla competitività sostituiremo lo spirito di collaborazione, al mito di un continuo aumento della produttività contrapporremo l’equilibrio della produzione di “ciò che davvero serve”, al consumismo fine a se stesso opporremo la ragionevole gestione dei prodotti, al miraggio di una continua creazione di posti di lavoro per alimentare la “produzione” tout court opporremmo l’utilità di una suddivisione del lavoro (di quello necessario ed utile) che incrementi il tempo libero di ciascuno, per sé e per gli altri; all’idea dell’individuo come punto di riferimento di ogni azione politica e sociale, sostituiremo quella di “gruppo” (coppia, famiglia, nazione, umanità…) tanto più vasto e comprensivo quanto maggiore e più alta  sarà la coscienza individuale.  Distingueremo tra produzione di lavoro e produzione di ricchezza, tra progresso e sviluppo, tra servizi e capricci, ed altre antinomie incredibilmente ignorate dalla scienza e dalla coscienza dei disonesti che ci hanno finora guidato. Infine, introdurremo il concetto arcaico del “buon padre di famiglia” come principio guida e criterio moderatore di ogni comportamento, da estendersi da un mitico ambito familiare ad un ambito di più vasta entità statuale e sociale.  E quanto alla crisi che il mondo sta attraversando, ci impegneremo a dimostrare che la tanto paventata “recessione” è in realtà la provvidenziale occasione per un ritorno ad un comportamento saggio ed equilibrato e ad un impiego sostenibile delle risorse di cui disponiamo: che sono essenzialmente la terra con le sue ricchezze ed i suoi frutti, e l’uomo con le sue braccia ed il suo cervello. Certo: sarebbe  bello se a questo equilibrio si potesse arrivare  per una scelta ragionata e una precisa volontà, invece che costretti a forza dalla brutta piega che hanno preso le cose.  Ma è accaduto spesso nella storia che un’idea giusta si imponesse solo dopo l’eliminazione – a volte anche sanguinosa – delle tesi contrastanti.  Si suol dire, del resto, che “sbagliando si impara”. Guidati da capi lemming irresponsabili – pur con l’irresponsabile plauso di una grande maggiorapnza – abbiamo molto sbagliato. 

E’ il momento di un colpo di freno e di un’inversione di tendenza.

E’ il momento di “recedere”. 

In altro campo – nel quale vantava del resto una piena competenza  –  Giuseppe Verdi aveva avvertito: “Torniamo all’antico, e sarà un progresso”.

 

Luigi Lunari

 

 

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