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L’APPRODO DA CUI SI
SALPA
Sono
trascorsi tredici anni dalla pubblicazione dell’ultimo libro di Massimo
Mazzoli. Una lunga pausa di silenzio editoriale insolita ma non rara nei
poeti. Un periodo pieno però di una vivace attività creativa, come
dimostrano sia una raccolta ancora inedita, intitolata Spazio e tempo
di un luogo presente, che riunisce le liriche scritte nel decennio
1992 – 2002, sia questo nuovo Nella flagranza dell’istante, che
raggruppa quelle composte fra 2002 e 2003.
Esiste dunque
una tenace continuità nel suo lavoro compositivo, solo parzialmente
documentata da un punto di vista editoriale. Manca infatti all’appello
quello Spazio e tempo di un luogo presente che funziona da
anello di collegamento.
Questi ultimi
tredici anni sono stati per Mazzoli densi e ricchi di esperienze umane e
formative. Ha lasciato infatti Parma e l’Italia per rifarsi pienamente
una vita in Inghilterra. Ha appreso nuove lingue e ha insegnato
l’italiano agli inglesi e l’inglese a stranieri e rifugiati politici. Il
dato autobiografico serve per introdurre due temi centrali della sua
poetica, quello appunto della lingua e delle lingue, quello del
movimento attraverso spazio e tempo, geografia e storia.
Nel libro
d’esordio In la minore (1989, Book Editore) l’allora ventiseienne
Mazzoli rivela un linguaggio poetico già maturo. Colpisce l’essenzialità
di una frase che non si perde in ornamenti e non si esibisce in inutili
pezzi di bravura. Fin dall’inizio il suo verso si impone per naturalezza
e capacità di raccontare mantenendo una composta ritrosia, una salutare
vaghezza. Doti che ritroviamo intatte Nella flagranza dell’istante.
In la
minore conteneva premesse e promesse mantenute e realizzate negli
anni, che registrano la passione di Mazzoli per i viaggi e precorrono
scelte future. Scriveva: “Imparerò lo spagnolo, per possedere / tutto il
sud dell’America / e più in su attraverso gli istmi / fra le terre
tormentate / sino al rossore sonnolento / dell’immenso Messico…// E il
portoghese lo imparerò a Rio / per colmare il sud del continente”.
Dissepolta
polvere (1992, ancora Book Editore) è un volume di quasi cento
pagine ispirate e riuscite, dove le memorie personali più strazianti si
stemperano in una grazia colma di discrezione, pudore ed equilibrio
formale. L’autore applica il criterio stilistico secondo cui “Il
togliere è più importante / dell’aggiungere”.
L’elemento
individuale e soggettivo assume qui un significato spesso universale e
condiviso: la nostra storia fa parte di quella del mondo. Quando
sgomento e disperazione individuali sembrano primeggiare, è comunque una
nota comune e generale che fa vibrare il dolore dichiarato, che dà ritmo
alla parola pronunciata, la quale diventa eco di un archetipo nella sua
essenza insondabile. L’autore, mentre parla di sé, ricerca costantemente
un idioma, una “koinè per uscire da noi”.
Dell’inedito
Spazio e tempo di un luogo presente citiamo alcuni versi
particolarmente significativi ed eloquenti: “la mia patria non ha lingua
/ perché tutte le contempla” e “la mia cultura è il mio esilio / la mia
ricchezza è la mia miseria”.
In Nella
flagranza dell’istante, Mazzoli abbandona l’io come voce poetante.
L’espressione si fa più impersonale e distaccata, si allontana
maggiormente dall’esperienza diretta dell’autore. Già con la terza e
inedita raccolta era avvenuto un ridimensionamento dell’io, ma non in
modo così netto e soprattutto non a favore di un tono riflessivo e
meditativo più che narrativo e discorsivo. Chi parla è una specie di
mente pensante. Per evitare che la filosofia prevalga sulla poesia,
Mazzoli rafforza levità e scorrevolezza della scrittura, l’abilità di
conservarsi misurato e chiaro, sicuro che “è nella direzione della
trasparenza / che occorre cercare”.
Ci troviamo
di fronte a un testo contemplativo e speculativo, in cui il tema dello
spostamento attraverso spazio e tempo, così caro all’autore, diventa
preponderante e quasi esclusivo: “Il tutto è pervaso di movimento, /
evidente o nascosto, tangibile o latente”. Movimento che viene indagato
nella varietà delle sue dimensioni (come metamorfosi e trasformazione,
circolarità ed eterno ritorno, divenire ed evoluzione, tragitto “verso
un fine sconosciuto”), e che viene considerato nella molteplicità dei
suoi aspetti (dai più concettuali e infinitesimali come il “vibrante
pulsare degli atomi” in cui “risiede il respiro della materia”; ai più
naturali e concreti come i semi che germogliano e “bucano la terra dalle
loro sepolture, / salgono in cerca di luce e di aria”; ai più
immateriali e volatili: “escono vapori dalla terra, / sfuggono alla
gravità, / salgono verso l’alto”).
Mazzoli
intende la quiete come movimento in potenza, pertanto leggendo certi
suoi versi proviamo l’impressione di stare al centro di una tela
metafisica, dove gli oggetti reali (foglia, castagno, sasso, orologio,
piazza oppure fiume) ci trasmettono una sensazione di attesa, di
silenzio e mistero.
Per sondarlo,
si affida alla forza umile ma caparbia degli interrogativi senza
risposte capaci di generare nuove ipotesi e altre possibilità. Si chiede
se non sia il caso di imparare a cogliere pienamente gli istanti
fuggevoli da cui “sgorga la letizia”, gli eventi irripetibili che sanno
“di eterno e di effimero”, quei momenti che sembrano renderci singolari
e unici contrastando il nulla che ci insidia: “se dal nulla al nulla è
il nostro movimento / non rimane che gioire di quest’unico presente”. Si
domanda se arrivo e partenza, origine e meta, discesa e salita, l’addio
e l’arrivederci, non siano alla fine gli estremi complementari e
coincidenti dello stesso percorso.
“Agognata salvezza,
che ne sarà di noi,
giunti
alla riva, nell’ora dell’ultimo incontro?
Sarà forse l’ultimo
approdo,
L’approdo
da cui si salpa.”
GIANCARLO BARONI
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L'ALTRA META' DEL TEMPO
Parma è prodiga di voci
poetiche, alcune travalicano i confini locali, altre giungono
(ritornano) fin qui da lontano portando con sé stimoli nuovi e
occasioni di confronto.
Massimo
Mazzoli (che a Parma è nato nel 1963 e vive in Inghilterra da una decina
di anni insegnando) dall’estero contribuisce ad ampliare i nostri
orizzonti.
Nella sua
nuova, convincente quarta raccolta intitolata “L’altra metà del Tempo”
(pubblicata, come le precedenti, da Book Editore), sceglie intonazioni
elevate il cui debito verso Mario Luzi è dichiarato; toni perfettamente
concordanti col progetto, impegnativo e arduo, di misurarsi senza
intellettualismi con le due principali categorie del reale, il tempo e
lo spazio.
Prima di cimentarsi in
questo compito avvincente e nella sostanza impossibile, Mazzoli fa
indossare ai sui versi, per forgiarli, una specie di corazza metrica.
Ciascuna delle 2 sezioni centrali del volume è composta per esempio di
14 composizioni, ognuna di queste composizioni è formata, salvo rare
eccezioni, da 4 quartine, ogni verso da 14 sillabe. Un’armatura
indispensabile quando si vuole fissare negli occhi Tempo e Spazio senza
venire inceneriti dal loro sguardo di Medusa.
Dinnanzi a noi si
spalanca “uno spazio incolmabile” e illimitato, uno “smisurato universo”
dentro cui, inquieti e storditi, ci aggiriamo alla ricerca di orme,
segni, indizi “nascosti nelle cose e nei segni della materia”, “nuove
epifanie rivelatrici di altri mondi”. Mentre procediamo, la via si
rivela tortuosa e accidentata, scarsi i punti di riferimento, lacunose
le mappe e impervi i sentieri, ciononostante ci ostiniamo, passo dopo
passo, a scovare “invano una ragione risolutrice”, un significato che ci
sveli i segreti del mondo e giustifichi il nostro vagare. Siamo gente in
perenne movimento: “…non v’è altro/ che andare. Non alternative,
nient’altro”. Irrequietezza, desiderio di fuga e un nomadismo innato ci
spingono “oltre la linea d’orizzonte” e “aldilà del visibile” dove
inevitabilmente naufraghiamo. Tuttavia è proprio azzardando e
avventurandoci che arriviamo “là dove un’occasione luccicando traspare”,
dove l’intrico che ci avvolge mostra una crepa, uno spiraglio nei quali
insinuarci “per tornare a perderci”. Le domande prevalgono sulle
risposte, interrogativi privi di soluzione.
Tutto muta, si muove, si
trasforma trascinandoci nel flusso del divenire del quale siamo
“consapevoli testimoni” e “impotenti spettatori”. Tale perenne
metamorfosi (“perché a nulla ti puoi aggrappare/ in un equilibrio che è
fatto di cambiamenti”) procede verso il dissolvimento che però forse
prelude, “per altre vie e mutate dimensioni”, a nuovi risvegli.
GIANCARLO BARONI

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